Il costo del rischio

Il costo del rischio è il danno economico che subiremmo se un determinanto evento accadesse. Ovviamente il costo del rischio dipende dalla gravità dell’evento e possiamo limitarlo in due modi:

  • riducendo il rischio,
  • assicurandoci per la parte di rischio che non riusciamo a ridurre.

In un precedente articolo abbiamo evidenziato come, nel caso di una persona o di una famiglia, limitare il costo del rischio coincida, di fatto, con l’assicurarsi, soprattutto quando si parla di rischi gravi come l’invalidità permanente, la perdita di autosufficienza o la perdita della vita stessa.

Diverso è quando parliamo di rischio e di costo del rischio per un’impresa. In questo caso ridurre il rischio è possibile ed è anche la prima cosa da fare, se vogliamo limitare il danno economico di cui dovremmo farci carico, qualora determinati rischi si trasformassero in danni che potrebbero impegnare grandi risorse per la riparazione o far perdere del fatturato o, peggio ancora, delle quote di mercato.

Una volta che siamo entrati nell’ordine di idee che il rischio è un costo da gestire e da abbattere quanto più possibile, in piena compliance con le politiche societarie di spending review, saper attribuire un valore al costo del rischio, ci permette di investire in prevenzione del rischio, certi di poter contare su un ritorno, comunque vantaggioso in rapporto alle risorse impegnate.

Come si calcola il costo del rischio?

Se partiamo dal presupposto che il rischio è la possibilità che l’impresa subisca un danno, per attribuirgli un valore dobbiamo considerarlo come un danno che certamente si verificherà, anche se non siamo in grado di prevedere il momento in cui accadrà.

Fatta questa premessa, è evidente che il costo del rischio è un valore patrimoniale di segno negativo, che impatta sul patrimonio reale generando un pregiudizio (proprio come farebbe un danno quando si verifica) e possiamo calcolarne il valore applicando la seguente regola generale:

Un evento, che ha il 10% di probabilità di accadere e danneggia un bene di valore 1000, determina un rischio di valore 100.

La regola generale trova giustificazione nel fatto che:

Un evento che ha una probabilità del 10% di verificarsi
equivale ad un evento che può accadere 10 volte ogni 100 anni.

In pratica la regola ci dice che, non avendo la possibilità di prevedere quando avverranno i 10 eventi nei 100 anni, possiamo ipotizzare che ne accada uno ogni 10 anni e quindi che, ogni 10 anni, subiamo una perdita di valore 1000.

Sempre in virtù del fatto che non sappiamo in quale anno, nel decennio, subiremo questa perdita di valore di 1000, da un punto di vista contabile, possiamo ripartirla il 10 parti uguali, usando la modalità dell’ammortamento anticipato.

Otterremo così che, contabilizzando una perdita virtuale di valore 100 ogni anno, per 10 anni, otteniamo lo stesso risultato di una perdita totale di 1000 avvenuta in qualunque momento del decennio.

Il rischio è un costo annuale ricorrente

Il rischio è dunque un costo annuale ricorrente e per ridurlo può essere necessario un impegno di risorse finanziarie. Ci proponiamo di dimostrare che tale impegno risulta più che giustificato dal beneficio che se ne può ottenere.

Qualcuno si porrà la domanda su come fare a conoscere la percentuale di probabilità di accadimento di un qualsiasi evento. A meno di non disporre di un cospicuo data base statistico, non siamo in grado di farlo, ma se parliamo di eventi comuni come l’incendio o altri danni materiali, possono esserci d’aiuto i tassi tecnici netti delle tariffe di Compagnia, a patto di essere consci che i tassi di premio tengono conto di una serie di variabili che vanno oltre la mera stima della frequenza.

Ipotizziamo di essere in uno stabilimento industriale, che ha un valore complessivo di 20.000.000 di Euro, e ipotizziamo che vi sia una probabilità del 2% che accada un incendio. Ipotizziamo, inoltre, che in base ai materiali presenti, agli spazi vuoti fra le linee ed alla presenza di sostanze infiammabili e combustibili, in caso di incendio si danneggi al massimo il 40% dell’intero insediamento. Con queste ipotesi avremmo che il costo del rischio è pari al 2% di 8.000.000 Euro, ossia al 40% di 20 Milioni. Pertanto il costo del rischio, in questo caso, è pari a 160.000,00 Euro.

È chiaro che più uno stabilimento è piccolo è più è facile che bruci tutto, mentre più è grande ed esteso, più la parte dannaggiata limitata rispetto all’intero fabbricato. Ipotizziamo, ad esempio, di avere uno stabilimento più grande del precedente, che ha un valore totale di 150.000.000,00 euro. A parità di valore al mq, la superficie del secondo capannone è quasi 8 volte più grande del precente e possiamo dire, con ragionevole certezza, che la parte che brucerebbe non sarebbe il 40%, ma soltanto il 10%, che corrisponde ad un valore di 15.000.000,00 di euro. In questo caso il costo del rischio (considerando sempre il 2% come la probabilità che accada un incendio) sarà pari a 300.000,00 euro.

Si osserva che il costo del rischio cresce molto più lentamente di quanto crescano le dimensioni dello stabilimento. Infatti il costo del rischio di uno stabilimento del valore di 20 milioni è pari allo 0,8% del valore totale, mentre quello di uno stabilimento 7,5 volte più grande è pari allo 0,2% del valore totale.

La percentuale che esprime la probabilità dell’incendio può variare in funzione del tipo di materiali presenti nello stabilimento, del tipo di lavorazioni, dell’uso o meno di infiammabili, ma soprattutto dalla compartimentazione, ovvero dalla suddivisione del valore totale in più unità fra le quali si frapponga uno spazio vuoto che ci permetta di escludere che l’incendio possa propagarsi da una unità all’altra.

Criticità di frequenza e severità del danno a confronto

È interessante domandarsi se è da temere di più un rischio che è poco frequente, ma può comportare un danno elevato, oppure un rischio che ha una frequenza elevata, a fronte di una gravità del danno contenuta. Per fare un esempio, un terremoto può fare danni molto più seri che non un guasto ad un macchinario produttivo, ma è assai minore la probabilità che capiti un terremoto, rispetto alla probabilità di assistere ad un guasto ad un macchinario produttivo. Inoltre, perché il ragionamento abbia un senso compiuto, bisogna vedere l’intensità del terremoto, in funzione della quale possono cambiare radicalmente le cose.

Possiamo dire, in prima approssimazione, che un terremoto di intensità inferiore o al massimo uguale al Terzo Grado della Scala Richter, può provocare danni riparabili, ancorché a prezzo di costose ristrutturazioni di fabbricati, mentre un terremoto di grado superiore al terzo, può determinare danni tali da costringere a demolire quanto è rimasto in piedi e a ricostruire tutto da zero.

Le Compagnie assicuratrici prediligono la copertura di rischi caratterizzati da bassa frequenza, anche quando potrebbe comportare una esposizione elevata (seppur entro certi limiti) in termini di danno da indennizzare. Per abbassare ulteriormente la frequenza dell’indennizzo rispetto alla frequenza reale del danno, le Compagnie hanno introdotto l’uso della franchigia, mentre per abbassare l’esposizione massima rispetto alla gravità del danno, fanno ricorso ai limiti superiori di indennizzo, utilizzati soprattutto nella copertura dei danni da eventi cosiddetti catastrofali o anche danni provocati dalla natura, per i quali non si hanno riferimenti che permettano di valutare a priori fin dove arriverà il loro potere distruttivo.

Se franchigie e limiti di indennizzo sono accorgimenti a protezione dell’esposizione al rischio da parte delle Compagnie assicuratrici, cosa può fare l’assicurato per tutelarsi e quindi ridurre la propria esposizione al rischio?

L’influenza del Massimo Danno Sopportabile

Per completare, proprio nell’ottica dell’assicurato, il tema del confronto fra la criticità del fattore frequenza del danno e quella del fattore severità del danno dobbiamo sondare il campo inesplorato dei rischi con fattore di severità estrema, intendendo con ciò i rischi che potrebbero causare danni le cui dimensioni economico-patromoniali potrebbero essere superiori alla capacità di sopportazione dell’impresa.

In ogni circostanza in cui si verifica un danno, l’impresa che lo subisce, è in grado di comprendere che ordine di difficoltà incontrerà per riprendersi dalla situazione di crisi generata dal danno. Senza ancora coinvolgere gli aspetti legati alle catene consequenziali, possiamo individuare per ogni impresa, la soglia di sopportazione del danno patrimoniale improvviso.

Il massimo danno sopportabile è di fondamentale importanza nella valutazione dei rischi, perché i rischi relativi a danni che si preve possano superare tale limite, devono essere affrontati con priorità rispetto agli altri, in modo del tutto indipendente dalla probabilità di accadimento.

Per un piccolo stabilimento anche l’incendio può comportare danni superiori al massimo sopportabile e la frequenza di accadimento di un incendio cessa di essere un fattore rilevante.

Come agire quando il danno è di poco conto

In linea di massima i danni di poco conto, ma che si verificano di frequentesono proprio i danni che possono essere evitati o ridotti attraverso una politica di prevenzione. La politica assuntiva delle Compagnie Assicuratrici, che tende a mettere dei paletti contrattuali contro l’ipotesi di dover intervenire su questo tipo di danni, sembra quasi un invito a fare prevenzione.

Questo tipo di protezione (che sarebbe più appropriato definire auto-protezione) di solito è efficace sui danni che si generano all’interno dell’esercizio dell’attività, molto meno rispetto alle minacce esterne. L’aspetto di maggiore rilevanza è la possibilità di danni devastanti, in grado di mettere in ginocchio l’economia d’impresa, come meglio specificato al paragrafo che segue.

Come cambiano le cose in presenza di un piano di prevenzione

La prevenzione ha un costo, ma si può dimostrare che è assai maggiore il beneficio che si ottiene in termini di riduzione di costo del rischio.

Tenendo conto che il rischio di incendio può ridursi, con una buona prevenzione, anche del 60-70%, se applichiamo queste percentuali ai costi del rischio che abbiamo esemplificato, otteniamo il costo ridotto del rischio trattato. Mettendo a confronto la riduzione del costo del rischio con la spesa per la prevenzione, scopriamo che quest’ultima è assai minore.

L’impianto di prevenzione contribuisce:

  • alla continuità della produzione, minacciata dal rischio,
  • al mantenimento del valore della società, minacciato dal rischio derivato di perdita della clientela.

Abbiamo detto che è molto probabile che il costo della prevenzione risulti minore del risparmio sul costo del rischio, ma qualora dovesse capitare il caso contrario, la scelta di attuare la prevenzione deve tener conto anche del letale effetto domino delle CATENE CONSEQUENZIALI, di cui parleremo nei prossimi articoli.

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Informazioni su Clemente Fargion

In un mercato in cui la fame di guadagni prevarica la professionalità, ho sempre cercato di riscoprire e valorizzare il lato accademico della scienza del rischio. Dopo una laurea in Ingegneria Aeronautica presso il Politecnico di Milano e un master in Ingegneria delle Assicurazioni presso SNAM, mi sono specializzato in Risk Management con specializzazione per macro- settore merceologico. Sono anche un formatore professionale in materia Assicurativa per ACB e Assinform. Dal 2011 scrivo su Assinews e sono autore di manuali editi da Assinform su Risk Management, Danno Ambientale, Mondo dei Trasporti, Cyber Risk , La Patrimonialità della Lesione Personale.
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Un commento

  1. Grazie Clemente per l’analisi.
    Viene da se che per quotare “ogni” rischio l’unico sistema valido e credibile è quella della “misurazione matematica” che si fa esclusivamente con i dati alla mano.
    Ciò che purtroppo in molti-troppi casi accade è la misurazione del rischio non viene effettuata con un metodo matematico ma con un metodo ” empirico”.
    Tutto ciò che Noi assicuratori chiamiamo ” Rischio” i nostri clienti lo chiamano costo; ecco li che, dopo innumerevoli richieste di appuntamento con l’A.D. dell’azienda veniamo accolti con la classica frase ” l’ho fatta entrare perché so che Lei mi farà risparmiare”.
    I primi tempi mi facevo in quattro per andare verso quella che non era una richiesta di copertura, ma una richiesta di spesa inferiore; del rischio non si parlava mai.
    Dopo un po cambiai atteggiamento. La mia risposta diventava:
    “Lei con me spenderà sicuramente di più ; faremo l’analisi di tutti i rischi e poi sarà Lei a chiedermi cosa è meglio fare”.
    Alcune volte sono riuscito a fare una trattativa degna di tale nome , in altre ho perso definitivamente contatti e cliente.
    Molte altre volte chi parla di rischio per conto delle aziende è il contabile , il commercialista , l’avvocato che non hanno alcuna competenza o conoscenza in merito di valutazione del rischio.
    Altre volte aziende dello stesso tipo e con gli stessi rischi richiedono coperture sostanzialmente differenti solamente per la “PERCEZIONE” del rischio differente tra i titolari delle aziende stesse.
    La soluzione? “FARE CULTURA” assicurativa presso ogni realtà singola oppure aziendale e, per chi vorrà continuare a fare il mestiere di assicuratore, è l’unica strada percorribile e con costi alti.
    I brand assicurativi badano esclusivamente alla vendita dei loro prodotti; la cultura assicurativa diretta al cliente è ben altra cosa.
    Grazie
    Roberto Patanè

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