Fare risk management inizia con la conoscenza di sé

Fare risk management è inconsciamente parte dei nostri schemi mentali. Ciascuno di noi lo mette in pratica nella quotidianità, con gesti e scelte che puntano a limitare il rischio e avvengono nel più totale e spontaneo automatismo: dal prendere con sè l’ombrello prima di uscire, quando il cielo si presenta coperto, all’indossare il casco prima di sedersi alla guida della moto, dall’indossare un giaccone quando fa freddo, a chiudere la porta di casa a chiave, se si esce sapendo che in casa non rimane nessuno.

Facciamo risk management quando decidiamo di custodire i nostri gioielli importanti nella cassetta di sicurezza, così come quando ci costruiamo un piano di previdenza integrativa.

Fare risk management è semplicemente la prudenza con la quale affrontiamo la nostra quotidianità. Una prudenza fondata sulla conoscenza di noi stessi e dei nostri limiti. Questo è ciò che ci permette di intuire cosa dobbiamo temere e, in conseguenza, cosa possiamo fare per proteggerci dal male o dal disagio che può provocarci ciò che temiamo.

Lo stesso automatismo, o quasi, nell’adottare un comportamento improntato alla cautela, lo ha chi svolge la propria attività lavorativa come dipendente, quando tiene un comportamento che eviti il più possibile che il datore di lavoro possa licenziarlo.

Fare risk management in azienda

Se spostiamo l’attenzione sull’attività lavorativa indipendente, osserviamo che il libero professionista fa risk management partendo dalla consapevolezza che il proprio rischio strategico è quello di perdere la fiducia dei propri clienti. Pur commettendo errori che possono costargli la perdita di clienti, per il professionista fare risk management è porre la sua attenzione a svolgere le sue mansioni con diligenza, proprio per evitare il più possibile che accada.

Andando ad esaminare altre attività indipendenti, scopriamo che nella conduzione dell’esercizio commerciale si osserva un calo di attenzione rispetto ai casi fin qui esaminati. Per il negoziante, in generale, fare risk management si riduce a stare attento alle cose più intuitive, come chiudere la saracinesca la sera prima di tornare a casa, così come a battere regolarmente gli scontrini per non incorrere in possibili sanzioni, mentre presta minore attenzione al rischio di incendio o di guasti agli eventuali impianti frigoriferi per la conservazione di alimenti deperibili.

Passando dall’esercizio commerciale gestito in prima persona dal titolare, ad attività via via più organizzate, che necessitano di un organico di personale dipendente, notiamo che al crescere della complessità della struttura cala l’attenzione ai propri rischi. I rischi cominciano a diversificarsi, a creare delle maglie di interdipendenza, mentre il titolare dell’attività, che in realtà più che fare la propria attività la dirige, è forse troppo preso nella complessità del suo business, per avere occhi di attenzione anche ad una complessità che si sviluppa su piani e secondo logiche del tutto differenti.

Abbiamo così individuato il punto debole. Per insegnare all’imprenditore a fare risk management, dobbiamo aiutarlo ad essere più consapevole, attraverso percorsi di formazione specifici, volti ad accendere i riflettori su quella maglia di rischi che sfugge alla sua attenzione  e soprattutto sulle conseguenze indirette che possono essere anche molto più gravi rispetto ai rischi primari, trasponendo il principio conosci te stesso, in conosci la tua impresa, i suoi limiti e le sue vulnerabilità.

Il parallelismo fra danni dell’impresa e infortuni della persona

Così come una persona teme la morte più di ogni cosa, l’imprenditore deve far emergere a livello cosciente non tanto il timore della morte della sua creatura (l’impresa che conduce), che tutto sommato percepisce, ma piuttosto i percorsi e i processi che portano a questo tipo di morte. La morte fisica è un evento in cui ci si può imbattere all’improvviso, la morte dell’impresa è un evento che viene raggiunto attraverso processi consequenziali più o meno complessi, che possiamo considerare una sorta di corto-circuiti in quella che abbiamo definito maglia dei rischi, assumendo così quasi una connotazione tecnologica.

Per raggiungere questo obiettivo, l’imprenditore deve essere istruito, anche sulla complessità delle dinamiche che portano alla morte dell’impresa.

Fare un parallelismo delle disavventure della vita dell’impresa con le situazioni che derivano dagli infortuni della persona, è un esercizio mentale efficace per entrare nel vivo della mentalità di fare risk management quando ci riferiamo ad un’impresa.

Si può dimostrare che esistono degli eventi che per l’impresa possono essere considerati l’equivalente di ciò che morte, invalidità permanente e inabilità temporanea rappresentano per la persona fisica.

Così si può dire che la morte della personalità giuridica è il fallimento, o che il dissesto finanziario che ne è l’inesorabile anticamera, può essere il parallelo della malattia incurabile. L’invalidità permanente trova il suo parallelo nella perdita definitiva di una quota di mercato, mentre l’inabilità temporanea trova il suo alterego nel danno che produce una interruzione di attività dalle conseguenze reversibili.

Il passo successivo è dunque prendere coscienza della pericolosità dei danni, piccoli e grandi che possono frapporsi alla vita dell’impresa, imparando magari a distinguere i danni che producono l’equivalente della inabilità temporanea dell’impresa, da quelli che producono gli effetti di una invalidità permanente.

Su questi presupposti si sviluppa lo studio analitico dei rischi, condotto in parallelo a una simulazione di tutti i danni possibili ed alle conseguenze in cascata che possono derivarne. Questo sarà il filo conduttore delle prossime puntate.

Una buona tecnica per entrare nella mentalità di fare risk management in ambito aziendale è ragionare su ciò a cui si può andare incontro, immaginandosi, in prima istanza, che le Assicurazioni non esistano. In questo modo evitiamo che ci sfiori il pensiero che “non corriamo rischi perchè siamo assicurati”.

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Informazioni su Clemente Fargion

In un mercato in cui la fame di guadagni prevarica la professionalità, ho sempre cercato di riscoprire e valorizzare il lato accademico della scienza del rischio. Dopo una laurea in Ingegneria Aeronautica presso il Politecnico di Milano e un master in Ingegneria delle Assicurazioni presso SNAM, mi sono specializzato in Risk Management con specializzazione per macro- settore merceologico. Sono anche un formatore professionale in materia Assicurativa per ACB e Assinform. Dal 2011 scrivo su Assinews e sono autore di manuali editi da Assinform su Risk Management, Danno Ambientale, Mondo dei Trasporti, Cyber Risk , La Patrimonialità della Lesione Personale.
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